Per diventare padri ci vuole pazienza

Dall’istante in cui si scopre di aspettare un bambino ogni momento è crescita, preparazione, attesa. Spesso ci si rende conto veramente di cosa sta succedendo solo dopo la nascita, e anche allora non si è poi così sicuri di cosa voglia dire, essere diventato padre.

Anche se negli ultimi mesi di gravidanza non hai fatto altro che parlare alla pancia, tuo figlio non ti riconosce istintivamente. Tuo figlio riconosce la mamma. Prima che capisca che esiste anche un papà ne passa di tempo, e ancora di più ne passerà prima che ti riconosca con quel suono: "pa-pa".

Allora la voglia di scappare ogni tanto si insinua, da questo ruolo che sembra non essere per niente indispensabile, che tanto la mamma basta e avanza. E mica si scappa come nelle commedie anni 50, mettendosi il cappello e dicendo “scendo a prendere le sigarette” e chi si è visto si è visto. No. Si scappa rifugiandosi nel ruolo che spesso la società ci assegna, quello di una sorta di accessorio, quello che se c’è bene e se non c’è pazienza. Quello che lavora mentre la mamma si occupa dei figli. Che poi è la cosa che ci riesce più facile, lavorare, perché sappiamo già come si fa. Mentre essere padre è tutta un’altra cosa.

I padri a volte arrancano per capire la tempesta di cambiamenti che non coinvolge il loro corpo, per stare a passo con i corsi pre-parto e le indicazioni date in ospedale, in un reparto dal quale gli uomini sono esclusi.
Ma non può essere una scusa, vuol dire solo che dobbiamo fare di più e meglio.

Ci vuol pazienza, insomma, e impegno, per diventare padre. Da quel “sono incinta” alla notte in cui, molti mesi dopo, tuo figlio svegliandosi chiamerà istintivamente “papà” invece che mamma.
Ma quel momento, quelle due semplici sillabe “pa-pà” saranno valse tutto.

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